L’Art Deaccessioning | Andrea CONCAS | ArteCONCAS

Tutti ne parlano…molti reputano che sia una minaccia…altri ancora che possa essere una nuova opportunità per i musei.

Ma che cos’è l’Art Deacessioning? Scopriamolo…

Come sappiamo il 2020 ha messo a dura prova i musei del mondo che, a causa dei ripetuti lockdown, sono stati costretti a chiudere le porte al pubblico con danni economico-finanziari ingenti.

A partire dai musei americani, si è sviluppato il fenomeno dell’Art Deaccessioning per far fronte all’economicità perduta durante la crisi globale.

Ma di cosa si tratta? 

Il fenomeno prevede la vendita all’asta di opere di particolare valore della collezione permanente da parte delle istituzioni museali per risanare i bilanci e permettere ai musei di sopravvivere in questo periodo così buio per la cultura.

In America il processo di deaccessioning è regolato da linee guida dell’American Alliance of Museums e dall’Association of Art Museum Director che affermano che da aprile 2020 e fino al 2022 la vendita di opere provenienti dalla collezione di un museo può avvenire non più solo per acquistarne di nuove.
Questa concessione è dovuta alla profonda crisi causata dall’emergenza sanitaria nel settore culturale. 

Circa il 90% dei musei nel mondo sono stati temporaneamente chiusi durante la crisi e il restante 10% potrebbe non riaprire mai più. 

Inoltre la riduzione dei contributi di beneficenza e delle sponsorizzazioni per i musei pubblici e privati hanno messo a rischio la sostenibilità finanziaria dei musei, tanto da causare un calo dei salari e licenziamenti.

Basti pensare che negli USA il settore dei musei produceva oltre 700.000 posti di lavoro, aggiungendo oltre 50 miliardi di dollari al PIL degli Stati Uniti secondo le stime dell’Association of Art Museum Directors.

L’Art Deaccessioning sembrerebbe rappresentare un modello vincente per far fronte alla crisi finanziaria, ma il dibattito è molto acceso.

Secondo alcuni esperti, la vendita delle opere dei musei gioverebbe sia al mercato arricchito da capolavori di grande interesse per i collezionisti sia ai musei stessi che potrebbero concentrarsi maggiormente sulla costruzione di una collezione più in linea con la propria mission.

Secondo altri, invece, il riversarsi nel mercato di tali opere potrebbe portare ad un aumento delle speculazioni finanziarie, oltre ad una privazione per il pubblico che non potrà più fruire di quelle opere.

Tra i casi di Art Deaccesioning quello dell’Everson Museum di Syracuse nello stato di New York, che ha venduto per 13 milioni di dollari l’opera “Red Composition” di Jackson Pollock a Christie’s, ma anche al Brooklyn Museum, che a ottobre 2020 ha venduto da Sotheby’s per 6,1 milioni di dollari un tavolo di Carlo Mollino, oltre ad opere di Monet, Mirò, Matisse e Degas.

Mentre recentemente Max Hollein, Direttore del MET Museum ha dichiarato di dover tenere aperta ogni porta, visto anche il deficit operativo di ben 7,7 milioni di dollari.

Ma il fenomeno non è presente solo negli Stati Uniti…

L’Art Deaccesioning sta diventando un’ipotesi appetibile anche in Asia e in UK. 

Il Kansong Museum di Seul ha già venduto due capolavori d’arte buddhista, mentre la Royal Academy di Londra sta pensando di vendere il “Tondo Taddei” di Michelangelo, stimato intorno ai 100 milioni di sterline.

In Italia l’Art Deaccesioning non potrà facilmente trovare terreno fertile, soprattutto nei musei pubblici, i cui beni sono inalienabili. 

Sicuramente il mondo dell’arte, a livello di fruizione pubblica e di mercato, uscirà molto mutato se sempre più musei saranno costretti a cedere le proprie opere per ragioni di sopravvivenza.

E tu, cosa pensi di questo fenomeno?

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